Jacopo Da Ponte, detto Jacopo Bassano (Bassano del Grappa, 1510 circa – Bassano del Grappa, 13 febbraio 1592). Un’olio su tela autografo e con data e’ stato presentato dall’ufficio stampa del Mudes nella sala “Leandro Fazzini”. L’opera, un autoritratto, e’ un olio su tela 35 x 40 cm e proviene da un’importante collezione privata di una nobile famiglia in Venezia dove risulta conservata da oltre un ventennio.
Figlio del modesto pittore Francesco il Vecchio, Jacopo nacque a Bassano intorno al 1501/1515. Si formò nella bottega paterna situata al pianterreno della sua casa in Contrà del Ponte, dove oltre ai dipinti si producevano lavori di artigianato artistico.
Nella bottega lavorava anche il fratello Gianfrancesco e più tardi entrarono a farne parte anche i figli di Jacopo: Francesco il Giovane (1549-1592), Giambattista (1553-1613), Leandro (1557-1622) e Gerolamo (1566-1621).
Nei primi anni ’30 lavorò a Venezia al fianco di Bonifacio de’ Pitati. Il soggiorno veneziano offrì al pittore l’occasione per conoscere da vicino la cultura figurativa contemporanea e fu lì che Jacopo scoprì l’arte di Tiziano, fonte d’ispirazione lungo tutta la sua carriera.
La sua Fuga in Egitto del 1534, ritenuta la più antica della opere autografe tra quelle superstiti, è un esempio dell’apprendimento dello stile veneziano che andava per la maggiore a quel tempo. In quello stesso periodo iniziò anche la produzione di opere a fresco a Bassano e Marostica.
Il suo eclettismo lo portò nel 1535 a ricevere dal Senato di Venezia un “brevetto” per invenzioni idrauliche, ma anche a realizzare opere in scultura o a disegnare mobili, armature e oggetti effimeri come ceri pasquali e statuette di marzapane. Jacopo non viaggiò molto, ma si avvalse di una rilevante collezione di stampe e xilografie di Campagnola, Dürer, Raimondi e altri, che gli permise di ampliare le sue conoscenze.
Il grande successo gli derivò dalla fortuna di temi pastorali, una produzione ai limiti della pittura di genere e domestica, in cui si specializzò la sua bottega che raggiunse il suo acme con le serie delle Stagioni (1575) e degli Elementi (1583-1584).
Morì il 13 febbraio 1592, accompagnato alla sepoltura da una grande folla nella Chiesa di San Francesco dove era la tomba di famiglia.
Marcello Martini era un artista solitario, non comune, inedito. Per quanto amato in vita come artista, con l’arrivo della Grande Guerra e nei decenni successivi fino ad oggi, fu dimenticato: il suo gusto risultava, già allora, eccessivamente classico davanti allo scoppiare dei movimenti avanguardisti (Futurismo, Dadaismo, Surealismo) e alla novità estetica, simbolica e di concetto dei loro linguaggi. Martini fu quindi archiviato, dimenticato, perché “non poteva e non può stare nello stesso calderone degli Impressionisti. Solo Ghertrud Stein (1874-1946, scrittrice e poetessa americana che visse in Europa, perdipù a Parigi, e fu appassionata d’arte, n.d.r.) continuò a considerarlo, dicendo che ‘sarà ritenuto un eccellente pittore del secolo scorso’.
La modernità di Marcello Martini sta nella potenza e la forza delle sue immagini, potenza ancor più sottolineata dal fatto che apparentemente il suo tratto è, appunto, a legato ai classici: oltre ai quadri a figura intera delle nobildonne, anche nei paesaggi naturali o nelle ambientazioni cittadine che il pittore rappresenta c’è un’energia, una potenza espressiva alquanto rara. A differenza degli artisti d’avanguardia, provocatori nel loro spezzare l’immagine o renderla surreale, Martini è chiaro nella descrizione dei soggetti che ritrae.
Giorgio Rastelli, scultore con Loris Zanrei CEO di Magnolia Arte e collezionista
Un’opera storicizzata dello scultore piacentino Giorgio Rastelli e’ stata ritrovata nei mesi scorsi da Loris Zanrei, CEO di Magnolia Arte e collezionista. L’opera, datata 1974, e dal titolo “Figura di donna” era nell’abitazione di privati che hanno gentilmente permesso l’acquisto allo stesso Zanrei per poter procedere al restauro dell’opera, eseguita direttamente dal maestro e presentata al pubblico in questi giorni.
Lo scultore Giorgio Rastelli
Giorgio Rastelli è un noto scultore italiano le cui opere sono state esposte in mostre personali e collettive a livello internazionale. Lavorando il legno, Rastelli crea sculture figurative su larga scala che poi dipinge in acrilici brillanti. Il suo lavoro esplora il movimento della forma femminile e ogni pezzo mostra una grande abilità tecnica dando vita a emozioni vive.
Giorgio Rastelli nasce a Milano nel 1940. Frequenta Brera ed altre scuole d’arte. Dal 1964 espone in varie gallerie italiane ed estere. Dopo una iniziale ricerca tra il formale e l’informale, Rastelli approda con l’uso del legno a nuove soluzioni figurative, protagonista la figura femminile. Nel 1978, per il Centro Scolastico di Pantagliate (Milano), realizza il “Giardino Incantato” e nel ’79 installa una scultura-gioco il “Rinoceronte” studiata per il Comune di Reggio Emilia. Nel 1985 Rastelli incomincia a inserire il colore sulle sculture per sottolineare la dinamicità. Nel 1992 studia e realizza il mosaico “Tuffatrice” per la piscina interna al palazzo seicentesco “Villa Albera” (Crema). Nel 1997 inserisce nella collezione Geo Camponovo (Chiasso) un’importante installazione “Donne nel cielo”. Nel ’99 sperimenta l’utilizzo del bronzo policromo per una fontana-scultura studiata per una piazza di Follonica. Nel 2001 Rastelli realizza la sua più grande opera scultorea, la “Balena”, per il Museo Geologico di Castell’ Arquato. Grande mostra personale, nel 2002, nelle scuderie leonardesche del Castello di Vigevano, organizzata dal Comune. Nel 2003 installazione “Cenerentola” per il Museo della Calzatura al Castello di Vigevano, inoltre viene scelto come artista rappresentativo dell’idea di energia per l’esposizione “International Energy Forum” a Rimini dove un’onda blu, lunga 42 metri, diventa lo sfondo narrante del movimento delle sculture. Il Comune di Cesena lo invita nel 2004 per la mostra personale nella Galleria d’arte Ex-Pescheria, dove il tema dell’acqua diventa protagonista. Nel 2005 mostra itinerante nei Palazzi Storici del Borgo medioevale di Castell’Arquato. Nel 2008 alla Fondazione San Domenico a Crema espone sculture legate al balletto e al circo immaginario nel bellissimo chiostro trecentesco. Nel 2010 realizza a Milano una vetrata con la tecnica legata a piombo. Nel 2011 dopo la mostra al Centro Porsche Milano, con i pannelli dipinti delle macchine che corrono, le sculture sono esposte al Teatro Aster Dome di Kiev. Nel 2012 è invitato alla mostra “sMobili-tazioni d’arte” curata da Gilberto Grilli e voluta da Demura nel Palazzo Bossi Clerici a Milano. A Bari nel 2013 a Palazzo Murat partecipa alla mostra Tra Arte e Design. Per tre anni è presente alle rassegne di Bocconi Art Gallery. Nel 2015 viene installata la scultura in bronzo dipinto “Ginnasta” in Piazzetta Barcella a Mestre. Nel 2016 personale a Torino, Galleria Old Art & Design, presentazione di Ugo Nespolo. Le sue opere sono presenti al Museo della fotografia di Hannover, al Museo di Crema e al Museo del Castello di Zavattarello. Nel 2020 mostra Movements al Museo MAT di San Severo e Apart,Torino. Nel 2021 Human Generation, esposizione Strada Sotterranea, Castello di Vigevano e XIII edizione di Florence Biennale. Nel 2022 con la Galleria G72 la mostra “C’era una volta a Bergamo”. Le sue opere sono presenti al Museo della fotografia di Hannover, al Museo di Crema, al Museo Geologico di Castell’Arquato e al Museo del Castello di Zavattarello. Vive e lavora nella campagna piacentina.
L’opera ritrovata del 1974 “Figura di donna” di Giorgio Rastelli – misura 73 x 50 cm – legno e acrilici
Loris Zanrei sul recupero dell’opera dello scultore piacentino: . “È stato un onore giocare un ruolo nel recuperare un’opera d’arte del maestro Giorgio Rastelli, di cui sono collezionista e amico. Possiedo già un’opera di Rastelli e non ho fatto fatica a riconoscerne lo stile e il valore appena mi sono imbattuto nella scultura. Il condition report dell’opera era un po’ discutibile a causa del tempo e della cattiva conservazione ma con l’intervento di restauro del maestro e’ ritornata nello splendido stato originale. Ora andrà arricchire la mia collezione privata ma resterà a disposizione dell’archivio e del maestro in caso di nuove mostre ed esposizioni in Italia o all’estero.”
Giorgio Rastelli: “Sono molto felice di aver ritrovato, per merito dell’amico Loris Zanrei, un’opera del mio passato artistico. La voglia di uscire dal riquadro, l’inizio dell’uso del legno, i colori vivi e puliti sono l’origine del mio percorso con questo materiale. Il legno mi ha accompagnato e dato l’opportunità di poter giocare con la mia fantasia, di creare sculture, figure umane, animali, oggetti a grandezza naturale. Spero di poter organizzare una mostra antologica e, sicuramente, quest’opera del ’74 verrà esposta perché significativa del passaggio dall’Arcaismo geometrico, inspirato ai miei viaggi nel deserto, al mio bisogno di celebrare l’immagine femminile.”
E’ l’opera dal titolo “ madre “ l’opera scelta dal Mudes per investire su uno dei più giovani e interessanti artisti del panorama internazionale, Mito Nagasawa.
“ madre “ di Mito Nagasawa – misure 160 X 220 cm, arte digitale, tempere, e oro in foglia
Mito Nagasawa ha una storia tutta particolare, celebre in Giappone come performer digitale, era un totale sconosciuto nel nostro paese. Portato in Italia da LZ Communication di Loris Zanrei ha iniziato a sperimentare “ artisticamente “ ed essere presente in mostre e musei. Oggi è il classico artista Internazionale sul quale scommettere. A Tokio espone già da anni nei musei in Italia ha appena iniziato. Decisamente un buon segno.
Farsi attraversare dallo stupore dell’esistenza, ovvero Vanitas & stranezze dal mondo (una danza macabra fra ironia, glamour, gotico e kitsch), un’idea di Loris Zanrei, gallerista ed editore dei magazine Arting News e Diciotto. Il progetto è quello di raccogliere oggetti e opere d’arte provenienti dalle collezioni private di tutto il mondo e presentarle al grande pubblico in una grande mostra espositiva italiana. Zanrei, già curatore del museo delle stranezze da vita ad un’iniziativa dallo style decisamente internazionale.
Cosa sono oggi le Vanitas, forse un tema macabro, polveroso, spettrale? Neanche per sogno, visto che per l’argentiere toscano il “memento mori” diventa motivo per celebrare la vita, per cantare gli anni felici e spensierati proprio attraverso la metafora artistica e naturale della morte.
Così il ghigno del teschio diventa un sorriso ironico e le ombre diventano luce. Un teschio riletto in chiave Pop, in chiave Rock, all’insegna del glamour neogotico contemporaneo. Ecco collane fatte di serpi, orecchini scheletrici, sedie con gli scorpioni, mini-vanitas composite, specchi allegorici, vassoi ricchi di scarafaggi e candelabri coi pipistrelli. Simboli dell’eternità come le tartarughe, i vermi e le conchiglie accostati a sentinelle dell’effimero quali i fiori secchi, le ragnatele o le farfalle.
Si porgerà ai visitatori della mostra un bouquet di ispirazioni che partono da elementi simbolici, scaramantici, e surreali per giungere puntuali a quello che è il piatto forte di Loris Zanrei: le sculture in cera, in pietra, corallo, legno o plastica.
Loris Zanrei curatore della mostra, con Vittorio Sgarbi
La mostra sarà corredata da un catalogo omonimo, arricchito dal testo introduttivo di critici e ospiti dal mondo dell’arte, sarà allestita con la collaborazione di scenografi e designer.
Per le creazioni Loris Zanrei, metterà in scena una vera scenografia teatrale ricca di atmosfere dark, velluti porpora e luci soffuse: per l’allestimento il curatore si è ispirato alla narrativa inglese di epoca romantica, ove il soprannaturale e il tenebroso si trasformavano in narrazioni affascinanti. Saranno presenti opere contemporanee e antiche, in arrivo da privati e musei, con la collaborazione ed il patrocinio di Arting News Magazine e diciotto magazine.
Tutti i privati, collezionisti, addetti ai lavori, in possesso di opere macabre, stranezze, vanitas, curiosità, possono mettersi in contatto con la nostra redazione al fine di proporre opere da esporre nella suggestiva mostra.
Totentanz è una ballata medioevale che perfettamente si addice allo stile di Dino Battaglia, appena 8 tavole in cui Battaglia recupera fedelmente il concetto di Totentanz (Danza della morte o Danza Macabra), diffuso nella pittura medioevale, per accompagnarci in una favola nera.
Col nome di Totentanz si è soliti designare le raffigurazioni della morte che danza con le anime degli uomini trasportandole verso il suo regno, la morte che non fa alcuna distinzione fra razza, sesso, ceto e religione quando si tratta di accompagnare le anime nel loro ultimo viaggio. Ma Totentanz può essere anche una ballata medioevale, una filastrocca che gioca sul tema della morte e sulla vanità delle ambizioni umane.
In particolare Battaglia si ispira ad un celebre affresco raffigurante una Danza Macabra, ovvero quello presente nella chiesa di San Vigilio, presso Pinzolo, dipinto dal pittore cinquecentesco Simone Baschenis de Averara nel 1539. Questo affresco raffigura tre scheletri che suonano strumenti (uno dei tre rappresenta la Morte con trono e corona), un Cristo in croce ed a seguire un corteo costituito da diciotto coppie intente a danzare, ogni coppia formata da un personaggio vivo e da un morto che lo accompanga nel ballo (e fra queste non mancano ecclesiastici come papi, vescovi e cardinali). L’affresco in questione è famoso anche perché sotto le immagini riporta un poema/filastrocca dedicato alla morte ed in tema con le immagini raffigurate (“Io sont la morte che porto corona/Sonte signora de ognia persona…”). Questo poema viene riutilizzato da Battaglia per scandire l’inesorabile destino che accompagna lo sprovveduto protagonista della storia. Ed in questo modo il fumetto di Battaglia è più volte fedele al titolo che utilizza.
In Totentanz siamo immediatamente trasportati nel vivo della vicenda e troviamo Peter, un pittore di chiese al servizio dell’avaro maestro Annekeen, intento a cercare di derubare il proprio padrone. Colto sul fatto, Peter non esita ad uccidere il suo avaro datore di lavoro e sbarazzarsi del corpo, fantasticando sul suo oro e la sua donna, Marion. Ma le cose non andranno secondo i piani, la moglie non sarà interessata a scappare con lui e la figura dell’avaro tornerà a terrorizzare le sue giornate predicendogli l’impossibilità di godere del denaro e la sua imminente morte.
Come è naturale il crudele pittore non potrà fare altro che unirsi con l’avaro e tante altre povere anime in una tragica danza nell’ultima straordinaria vignetta del fumetto.
Come sempre impeccabile nella realizzazione grafica, questa cupa e nerissma favola morale riesce a ricreare alla perfezione l’impressione lasciata dalle tante raffigurazioni di danze macabre ed a confermare il talento gotico di Battaglia.
Pubblicata la prima volta su linus n. 61 dell’aprile 1970 è stata successivamente riproposta più volte in rivista ed in volume. La prima apparizione in volume si ha in un albo che prende il nome dal racconto, Totentanz edito da Milano Libri nel 1972. Nell’aprile 1984 la storia appare in una versione colorata dalla moglie Laura Battaglia sulla rivista alteralter (anno 11 n. 4). Più di recente il fumetto è stato riproposto nel volume antologico di opere di Dino Battaglia Racconti 2, 12mo volume della collana Le Onde a cura delle Edizioni Di.
Nel 1993 il personaggio di Dylan Dog sarà protagonista di una storia omonima ideata da Sclavi e Marcheselli e disegnata da Giampiero Casertano.
Originaria di Venezia e di base in Irlanda, con una specializzazione in botanica conseguita all’Università di Galway, l’artista Drik Dickinson svela a Verona dieci suoi nuovi lavori. Continuando a misurarsi con il tema della Vanitas.
Unificati dall’essere stati immortali in studio, i soggetti della nuova serie di fotografie che l’artista Drik Dickinson sta presentando negli spazi di Studio la Città, a Verona, si relazionano tutti con la multiforme dimensione dell’acqua.
Veneziana di nascita ma irlandese d’adozione, in occasione della mostra Inside Dickinson espone infatti dieci lavori in cui continua a relazionarsi con il tema della Vanitas, proseguendo con l’itinerario cui la sua intera opera è intimamente legata.
Come lascia intendere anche dal titolo di questa nuova personale, nella serie esposta l’acqua prende le distanze dalle composizioni casuali, legate alla fotografia all’aperto, nelle quali incidono elementi come il tempo, la corrente e la luce.
L’elemento acquatico, presenza imprescindibile sia visivamente sia allegoricamente nel linguaggio di Drik Dickinson, appare così “costretto all’interno di secchi, recipienti avvolti da strati di plastica e dove, a volte, l’elemento floreale è invece finto, sia esso nel pieno della sua fioritura o nella fragilità del suo avvizzimento.”
A riguardo, la stessa artista ha sottolineato come “l’acqua, visione e allegoria, è il tema che mi domina. La trasparenza mi porta al fondo oltre lo specchio, il fondo mi riporta alle domande della superficie. Continuare e fermare: a volte ho l’impressione che il mio lavoro sia una testimonianza privata, da confessare a nessuno, sulla caducità della vita come la sento, come si presenta ai miei occhi, materialmente.”
[Immagine in apertura: Drik Dickinson, Inside 62#, 2016, Ed. 1/5. Immagine nell’articolo: Drik Dickinson, Inside 41#, 2017, Ed. 1/5
Il teschio umano è uno dei grandi soggetti dell’arte europea dal XVI al XVII secolo. Utilizzato nella natura morta olandese e tedesca come Memento mori, ma anche come oggetto di meditazione (nelle rappresentazioni di Maria Maddalena) e simbolo di riflessione (nei filosofi), è anche una forma affascinante di enorme complessità plastica. Un tema esplorato dai maestri del Novecento, che Nicolas Maldague, uno dei più importanti incisori francesi contemporanei, affronta con tecnica sontuosa e sguardo moderno. L’artista normanno presenta alla galleria Bellinzona di Milano 60 opere recenti sul tema della Vanitas, in dialogo con quelle di Picasso, Baselitz, Morlotti, Rouault, Francese e altri grandi del secolo scorso. I lavori sono allestiti nella mostra curata da Michele Tavola fino al 12 gennaio 2013. (Nell’immagine: Memento mori, 2010